PELLEGRINAGGIO in TERRA SANTA:

con Padre Padre Pio D'Andola al Caritas Baby Hospital di Betlemme

Un ospedale in trincea, nella cittadina dei Martiri Innocenti

 
 A pochi chilometri da Gerusalemme, seguendo la strada che porta verso sud, appena svoltato a sinistra seguendo il cartello che indica Beit-Lehem, ci si ritrova in breve con il passo e la vista sbarrati dallo scempio di una muraglia altissima ed interminabile, interrotta solo a tratti da alcune torri di controllo armate. Ci stiamo avvicinando alla periferia della cittá-lager che noi conosciamo meglio con il nome di Betlemme. Superato un primo sbarramento militarizzato, ci si avvicina al gran portone in ferro che bisogna attraversare per entrare nella cittadina. Sempre che aggradi alle guardie preposte, non ci sia in corso qualche incursione di Tsahal e soprattutto non si sia arabi.
Cinicamente, un cartello a colori posto di fianco all'ingresso ci dá il benvenuto con un "Peace be with you", "La pace sia con te", a cura del Ministero per il Turismo d'Israele.
Una beffa ed una provocazione che sinceramente penso avrebbero potuto evitare, solo avessero usato un briciolo di logico buon senso. Perché quel cartello é affisso su un muro che in pratica limita e scoraggia drasticamente non solo il turismo, ma qualsiasi tipo di normale comunicazione e movimento; e poi perché, in teoria, al di lá di quel muro non é territorio israeliano, ma sotto l'autoritá ed il Ministero del Turismo palestinese. In teoria.   
 
Fatti un paio di centinaia di metri si é giá in vista del Caritas Baby Hospital, unica struttura medica attrezzata sufficientemente bene per andare incontro alle esigenze di tutta la popolazione infantile e femminile di Betlemme.
Posto appena dopo il "Muro della vergogna", il Baby Hospital delle suore Elisabettine soffre di tutti quei disagi di cui soffre l'intera popolazione betlemita.
 
 
In aggiunta, gli spostamenti dei bambini e dei loro genitori attraverso il "Muro", o per uscire dovendo raggiungere strutture ospedaliere di Gerusalemme, meglio attrezzate per alcuni casi clinici, o per entrare se si tratta di famiglie residenti nei paraggi, diventano un vero incubo, ed in alcuni casi una crudeltá del tutto gratuita per gli sfortunati genitori che non possono seguire i figli in ambulanza al di lá delle mura.
Talvolta il "Muro", con le difficoltá poste nel superarlo, diventa la condanna a morte di novelli "Martiri Innocenti", macellati dai nuovi Erode in kippa ed M16. Muoiono nelle ambulanze ferme in colonne d'auto che si formano alle porte d'acceso al "Muro".
Non é forse qui che si venerano, nei sotterranei armeni, le povere ossa, le spoglie dei piccoli massacrati nell'ossessiva paranoia erodiana? Chi non sa cogliere gli insegnamenti che provengono dalla storia é destinato a ripetere gli stessi errori degli antenati e finire per esserne a sua volta vittima.
Santi in Paradiso, con il Bambin Gesú per compagno di gioco, i piccoli martiri, passati ed odierni.
Dannati e maledetti per l'eternitá gli aguzzini, che hanno al loro fianco, si sa, "...per padre il diavolo...".
 
Parcheggiato il nostro mezzo al di fuori del recinto dell'Ospedale, di fianco al "Muro" (e dove altrimenti?), ci rechiamo in visita alla suore, per portare le nostre offerte alla loro opera benedetta dal Cielo. Padre Pio é quello che ha la busta piú gonfia. Ma qualsiasi contributo, anche modesto come quello nostro (degli amici di questa Newsletter) o dell'amico Duilio che era con me, sono importantissimi e ben accetti. Lí c'é bisogno di tutto, dal latte in polvere alle garze sterili, dai medicinali al cibo, attrezzatura medica ed ambulanze. Don Mario C.  con la partecipazione dei suoi parrocchiani é riuscito recentemente a garantir loro i soldi necessari per acquistare un pulmino attrezzato per il trasporto dei disabili. Una cifra importante. Grandi amici del Baby Hospital e dei betlemiti, i parrocchiani di don Mario.
 
Giá la sala d'attesa é affollata di mamme e bambini in un gran vociare, ma sono presenti anche molti papá con i loro piccoli. Tutto si svolge peró in un'atmosfera ordinata e di paziente attesa, nella sicurezza che lí qualcuno dará sicuramente loro una speranza di cura e di guarigione. Sanno che le suorine, ed il personale medico e paramedico impegnato al Baby Hospital, non li abbandoneranno e che proveranno a percorrere tutte le vie possibili per risolvere il loro caso. Sanno che esse riusciranno a trovare tutti gli stratagemmi per riuscire a sfondare, se necessario, anche quel "Muro".
Poche parole, qualche stretta di mano, sguardi di intesa e d'amicizia, di comprensione, di fiducia.
La fede che ci sorregge, e la comunione d'intenti che ci guida, sono in quei pochi metri quadrati quasi fisicamente tangibili.
 
 
L'ora era quella di punta, nella tarda mattinata, e non c'era molto tempo per convenevoli e chiacchiere inutili. I bambini strillavano, gli infermieri andavano su e giú ininterrottamente, e la sorella che ci attendeva veniva chiamata da piú parti a responsabilitá inderogabili.
Oltretutto noi avevamo un autobus parcheggiato a fianco di quel disgraziatissimo "Muro", pieno degli amici con cui si doveva proseguire il pellegrinaggio.
 
Consegnati i fondi e fatte le comunicazioni piú importanti, ci congedammo dalla gentile suora responsabile e lasciammo quel luogo con la consapevolezza di aver fatto ció che era in quel momento in nostro potere di fare, ma anche con la certezza di poter fare di piú e di meglio.
Mentre ci incamminiamo, con alle spalle l'Ospedale, ci assale come al solito un sentimento misto di nostalgia e di riconoscenza. Nostalgia per i fratelli e sorelle che lasciavamo nel bisogno e riconoscenza verso il Signore per averci fatti arrivare sin lí, a toccare con mano come l'amore per le creature di Dio e la Fede riescano a far superare i muri anche ai piú piccoli semi d'amore.
 
Altri amici mi stavano attendendo da vari giorni nel centro della cittadina. Fratelli cattolici arabo-palestinesi con i quali abbiamo da tempo instaurato un bel rapporto di sincera amicizia, che non vediamo l'ora di riabbracciare per scambiarci e raccontarci, in un clima di festa semplice, i ricordi e le emozioni, le storie e i progetti, i sogni e le speranze.
 
Ben sapendo che ci attenderanno anche i sospiri e le lacrime trattenute, narrando ed ascoltando le recenti vicende di sopprusi ed umiliazioni subite senza ragione e senza colpa alcuna, se non che quella di essere arabi, palestinesi, betlemiti e cristiani, e di vivere su una terra che é giá stata battuta all'asta sottobanco, per un cliente straniero.
 
E poi quei lunghi secondi di silenzio a tavola, interminabili, inesprimibili, dopo pranzo, quando le nostre mogli e i figli sono affaccendati altrove (non perché non siano all'altezza della situazione, al contrario, sono forti e coraggiose, ma per risparmiar loro altri pensieri dolorosi), nei quali i miei occhi e quelli di papá As'ad (mio coetaneo, 53) si incontrano, i respiri si fanno profondi, le mandibole stringono forte i denti. Bisogna resistere ed andare avanti a tutti i costi: per amore della propria famiglia, per amore della propria terra, per amore di Dio.
Cosí si sfogano e confortano responsabilmente due padri di famiglia cristiani.
Senza darsi per vinti né arrendersi allo sconforto, ma neppure senza piegarsi a perverse tentazioni di rivalsa o di vendetta.
"La buona volontá di perdonare e di andare oltre c'é: siamo cattolici. I nostri figli di qua e di lá dal muro, se fosse possibile, se non si riesce ad abbatterlo, dovrebbero comunque imparare a crescere e vivere normalmente. Il fatto é che non ti danno il tempo. Ancora non ti sei rialzato dopo una mazzata immeritata, che subito te ne rifilano un'altra...", dice Fadi.
 
Ma é giunta l'ora del dessert, le signore per fortuna ci chiamano altrove, e questa é una storia che vi racconteró un'altra volta. A Dio piacendo.
 
Inverno 2005
Filippo Fortunato Pilato
fondatore della coalizione "Alleanza per la Terra Santa Libera"

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Perchè trattate così Betlemme?

Notizie dal Caritas Baby Hospital

Qui Betlemme, 9 Dicembre 2006

 

 

Il  Natale si avvicina e l’ attenzione verso Betlemme si riaccende e ci riscalda il cuore.

Come e` oggi la vita in Betlemme? Ce lo chiedono i nostri amici, le persone che ricordano con amore i bambini del nostro ospedale  e che si sentono solidali con la sofferenza di questo popolo.

Il Baby Hospital e` un interessante punto di osservazione per capire la realta` di Betlemme; qui arrivano i bambini Palestinesi bisognosi di cure, qui si protegge la loro fragile vita, qui  le  madri cercano aiuto e sostegno. La realta` che si trovano ad affontare  e` spesso cosi` dura ed ostile …..

Le difficili condizioni in cui vivono tante famiglie, specie nei villaggi, pongono i bambini in una situazione di forte  rischio di malattie. La disoccupazione tocca livelli altissimi e si fa sentire sempre piu` con il  carico di problemi a livello umano che inevitabilmente porta con se`; il marito disoccupato diventa “un figlio in piu`” da gestire, con un peso moltiplicato per la donna, non raramente soggetta ad una vita priva di dignita`: in molti casi, sfinita dalle continue gravidanze, la donna partorisce figli deboli e bisognosi di urgenti cure mediche. Le condizioni igieniche precarie, in particolare la scarsita` di acqua rendono ancor piu` fragile lo stato di salute dei bambini.

Il contatto diretto, quotidiano con le madri, ci permette di conoscere i loro drammi enormi, il mondo senza respiro in cui i Palestinesi sono costretti a vivere una vita da prigionieri, privati della normale liberta` di movimento e dei fondamentali diritti di un essere umano.

Eppure, nonostante tutte le difficolta`, qui i bambini sembrano avere una gran voglia di venire al mondo, come Bashir, nato sulla porta del nostro ospedale, un parto cosi` facile, che….dice la mamma,  “quasi non me ne sono accorta che stava venendo al mondo”,  ed ha voluto fermarsi al Baby Hospital, temendo di non poter raggiungere in tempo la clinica di maternita`.

 

Le statistiche del nostro ospedale  parlano chiaro: 3500 ammissioni in un anno  e  circa 30000 bambini seguiti negli ambulatori (circa 100 al giorno).  Gli spazi di attesa sono pieni di voci, di strilli, di grida….. ma sono ormai diventati stretti e affollati. 

Stranamente ci sono anche giorni silenziosi e troppo tranquilli: sono i giorni in cui le maggiori restrizioni alla liberta` di movimento e blocchi militari impediscono l’accesso a Betlemme,  e  i genitori non possono accompagnare all’ospedale  i loro bambini bisognosi di cure.

 

Le situazioni piu` complesse da gestire sono i trasferimenti di un bambino dal Baby Hospital ad un altro ospedale, per particolari cure: il gran numero di persone coinvolte e  le infinite procedure burocratiche  rendono tale “operazione” una vera impresa.

Data la mancanza, in Betlemme,  di reparti di cure intensive, reparti specialistici e chirurgici, per una consultazione o trasferimento  ci si deve riferire a ospedali in Gerusalemme, ma per raggiungerli bisogna oltrepassare il muro: e qui si sperimenta fino in fondo la fatica di essere Palestinesi. Una fitta rete di contatti si mette subito in moto per far si` che  il trasferimento e le prestazioni mediche avvengano  tempestivamente: genitori del bambino, medici, operatori sanitari e sociali, impiegati ed alcune persone che “contano” … sia in Palestina che in Israele, vengono coinvolti nel trovare un posto in ospedale, nel far funzionare l’assicurazione medica (quando c’e`), o per fornirla quando manca, nell’ottenere il permesso per entrare in Israele, nel trovare le ambulanze…  prima quella Palestinese, e poi quella Israeliana. L’ambulanza palestinese trasporta il bambino fino al muro, al check point:  qui il bambino viene trasferito nell’ambulanza israeliana che lo trasporta all’ospedale stabilito.

Tutto questo richiede un’enorme mole di lavoro, di contatti, di tentativi e tentativi, di paziente tessitura di infiniti dettagli, e richiede interminabili giornate, tempi lunghi, davvero troppo lunghi per un bambino che sta male…cosi` Amira, due mesi di vita, in estrema necessita` di cure specialistiche, ci ha pensato lei a risolvere la situazione e, stanca di aspettare la risposta che non arrivava mai, se n’ e`  ritornata tra gli angeli quasi senza che ce ne accorgessimo.

Ma a volte le fatiche vengono ripagate. La dottoressa Antke, tedesca, in pochi anni  diventata espertissima in trasferimenti di bambini ammalati,  quando vede l’ambulanza israeliana allontantanarsi verso Gerusalemme  portando al sicuro un bambino di Betlemme, fa volentieri un sospiro di sollievo e lascia che i suoi occhi sorridano di gioia; un’ altra vita puo` essere salvata! 

 

Palestina sotto l’ ”embargo”

 

La situazione sanitaria nell’intera Palestina ed anche in Betlemme, e` estremamente critica. Da mesi, nelle istituzioni governative i dipendenti non  ricevono salario ed e` in atto uno sciopero selvaggio e crudele che sta privando la gia` provata popolazione dei servizi piu` essenziali, come quelli sanitari. Si cerca a mala pena di garantire qualche servizio di emergenza.

Anche per i bambini non ci sono servizi  che funzionino e le madri spendono ore cercando medicine e cure da un ambulatorio all’altro. Alla fine  approdano al Baby Hospital,  perche` il Baby Hospital non manda via nessuno.

 

I farmaci che fino a mesi fa venivano dati dai servizi governativi, ora  non sono piu` disponibili, e chi era solito beneficiarne e` rimasto “a secco”… Ci viene alla memoria Marlen, sofferente di ipertensione arteriosa, che, non avendo il denaro per procurarsi le medicine, ha iniziato a bere aceto,….e  poi  ha dovuto curarsi anche lo stomaco. In tanti casi di vera emergenza, alla popolazione non resta che fare il giro delle  organizzazioni umanitarie a mendicare le medicine di cui non  puo` fare a meno.  Molte persone avevano iniziato a  riversarsi in massa al nostro servizio sociale, ma le risorse economiche non ci  permettono di intervenire per questa nuova emergenza. Cosi` la gente se ne va disperata ancora piu` di prima, e continua a cercare…

 

Il nuovo governo che si e` formato in seguito alla vittoria del partito di Hamas afferma di non avere il denaro per pagare i dipendenti, che , durante il governo del partito di Fatah venivano pagati con l’aiuto della Comunita` Europea, tra cui l’Italia.  I disagi per la popolazione sono ora incalcolabili e fanno accelerare impoverimento e malessere. Abituati (ed anche un po’  “viziati”) ai fondi dell’Europa che puntualmente arrivavano in Palestina, i cittadini si trovano ora a subire un “embargo” che destabilizza sempre di piu` quella che prima era la fragile impalcatura dell’Autorita` Palestinese. Si va avanti sotto il regime del caos e della completa incertezza su quello che potrebbe succedere domani.

Neppure i bambini suscitano un po` di buon senso e di responsabilita`;  nessuna pieta` per il loro futuro. Non pagati da mesi, anche gli insegnanti hanno fatto il loro sciopero. Il primo giorno di scuola (nelle scuole governative)  doveva essere il 2 Settembre. Invece e` stato il 12 Novembre.  Per piu` di due mesi  la loro scuola e` stata la strada, con una conseguente  tensione da parte dei genitori, resi impotenti dall’obbligo dello sciopero.

 

Molti si chiedono come finira` questa situazione.

Fortunatamente, da un lato, le numerose organizzazioni umanitarie di Betlemme cercano di tamponare almeno una buona parte delle emergenze; dall’altro lato le istituzioni governative tendono a non assumersi responsabilita` delle condizioni dei cittadini, perche` ci sono le organizzazioni umanitarie che ci pensano….e non si arriva mai  ad una soluzione… 

Una poverta` “silenziosa”, quasi muta, si aggira tra le strade di Betlemme e invade larghi strati di popolazione, colpendo soprattutto i piu` deboli, una poverta` che ha quasi bisogno di essere scovata per essere creduta, tanto e` arrivata a toccare profondamente anche la popolazione che un tempo sosteneva l’ economia della citta` e che ora si vergogna di farsi vedere povera per le ristrettezze economiche. Come Elias, autista di grande esperienza, con 6 figli, che il mese scorso ha ricevuto 45 Euro di salario, e nella cui famiglia non si e` mangiato carne per un mese.  

 

“La situazione e` davvero brutta”, continua a dire la gente, “non puo` andare peggio di cosi`”, ma se paragonata a Gaza, “visitata” fin troppo spesso dagli F16, a Betlemme si puo` almeno sopravvivere, anche se le incursioni dei soldati israeliani fin dentro la citta`  sono quasi giornaliere, e suscitano tensione, reazioni, spavento e panico tra la gente umile, semplice e indifesa.  Tenuta sotto perenne assedio dal muro, con la vigilanza serrata dei soldati israeliani dall’alto delle torrette grigie, la popolazione cerca di aggiustare la propria vita al sistema di restrizioni che le viene imposto. Chi puo` cerca di resistere e di sopportare, chi non non ce la fa, si mette in lista per lasciare il  Paese, con il generoso appoggio di Israele, che non desidera altro che  vedere i Palestinesi andarsene…

 

Al di la` della difficile situazione economica, il disagio piu` faticoso da accettare e` la mancanza di liberta`, della liberta` di andare a cercarsi una lavoro,  di gestire la propria vita e quella della propria famiglia in maniera dignitosa ed  umana. La preoccupazione per il futuro dei figli, per il lavoro che non si trova, l’instabilita` politica che non da` nessuna garanzia, la paura e la tensione che non mancano mai, sono motivo di desiderare di lasciare il Paese: “Tutto e` chiuso intorno a noi,  dicono soprattutto i cristiani, abituati ad “un’altra Betlemme”, come possiamo vivere qui, chiusi dentro il muro, in questa “prigione a cielo aperto”, esposti a tensione, conflitti e  violenza, senza le condizioni di una vita serena e pacifica che permetta  di sentirci  “normali”?

 

Quello che ci racconta Samar ci sembra perfino incredibile.

Per circa cinque giorni, aveva pazientemente fatto la fila (che inizia alle 3 del mattino) per ottenere il permesso di uscire da Betlemme e recarsi al Lago di Tiberiade, come ogni anno, su invito di una comunita` di monaci…un po’ di relax, visite agli amici…  

Finalmente la partenza: quattro persone in tutto, Samar e sua madre, la sorella che vive in Gerusalemme, e una delle nostre fisioterapiste, tedesca.

Dopo aver passato 9 check points, a meta` del viaggio non possono piu` proseguire e vengono rispedite indietro dai militari: Samar e la madre perche` vengono da  “Betlemme” e non devono entrare in Israele, la sorella di Samar perche` viene da Israele e non deve entrare in Palestina; anzi, i soldati si sentono in dovere di proteggerla dai Palestinesi, per il suo bene….Solo la fisioterapista potrebbe proseguire perche` straniera.

Situazione complicata, infatti, perche` questa Terra, che e` Santa, e` diventata oggi un miscuglio, anzi un intreccio  di zone appartenenti ad Israele, e di altre appartenenti alla Palestina, zone A, B e C, ognuna con un regime diverso, per le quali la liberta` di movimento e` decisa solo in base agli interessi di Israele.

Come tanti altri cristiani di Betlemme, Samar manifesta  tutta la sua rabbia:

“Come potete proibirmi di andare a Gerusalemme? Come potete impedirmi di pregare sui Luoghi Santi?”.  

“Proprio cosi`, Samar, per te, come per gli abitanti di Betlemme non ci sono piu` diritti”.

E questo e` appena l’inizio di cio` che si prevede possa avvenire, nel caso venisse creato lo Stato Palestinese.  

 

Ci sembra di capire profondamente questa popolazione, soprattutto quando anche noi sperimentiamo in parte le loro stesse restrizioni.

Una delle sensazioni peggiori che ci possano capitare quando usciamo di casa con destinazione Gerusalemme e` quella di trovare chiuso il portone del muro.  Ci invade subito un senso di totale impotenza, di soffocamento, di ribellione e di oppressione, la sensazione di essere nelle mani di un altro che ti toglie la liberta` e ti rende schiavo,  che decide di tenerti in suo potere,  a suo arbitrio. 

Allora cominciamo ad innervosirci e a chiamare a squarciagola il soldato che dovrebbe essere di turno in alto nella torretta di controllo, per discutere la situazione e capire il motivo di tale chiusura;  se non ci risponde nessuno cominciamo a bussare il portone grigio di ferro, sperando che i soldati ci sentano…ma il bussare delle nostre mani o i nostri “misurati calci” al cancello chiuso risultano fin troppo “vellutati”  e non hanno successo. 

Cosi` qualche volta  dobbiamo tornare a casa con la rabbia, perche` i soldati non permettono di uscire neppure a noi.  E allora ci ricordiamo delle parole di un soldato: “Se avete deciso di vivere a Betlemme, insieme ai terroristi, dovete accettare di essere trattate anche voi da terroristi”…  

 

“ Se non potessi uscire, non credo che ce la farei a star qui, in questa prigione di pochi Km quadrati”. A volte ci esprimiamo anche cosi`. Sono i momenti in cui noi stesse sentiamo quanto e` difficile capire  la sofferenza di questa popolazione, nonostante facciamo di tutto per condividere la loro vita.

Ci convinciamo sempre piu` che la vita di una persona dipende molto dal tipo di passaporto che esibisce…

  

Completamento del muro

 

I lavori di costruzione del muro  a Betlemme si avviano alla conclusione. Come un serpente grigio, il muro stringe la citta` in una morsa mortale; lo  constatiamo ogni giorno, da cose molto concrete. Il piano di tale costruzione ha qualcosa di malvagio e di assolutamente inumano. Le sue anse si muovono fin all’interno dei centri abitati, si snodano tra le case stesse togliendo luce e respiro… apri la finestra e…  ti trovi davanti il muro grigio… fino a sentire un tonfo al cuore.    La casa di Suheila e` stretta da tre lati dalle anse del muro, quasi fasciata, da far impazzire; la sua ombra penetra fin dentro casa oscurando ogni cosa. E la famiglia che vi abita deve star zitta….se si lamentano…rischiano di veder saltare in aria la loro casa. 

Il percorso del muro e` stato tracciato con estrema “intelligenza” e attenzione:  non solo si insinua tra le case, ma anche tra i  terreni in modo da ritagliare quanto piu` e` possibile della zona verde, togliendola al Territorio Palestinese, e tutto cio` come se fosse la cosa piu` ovvia. Il percorso del muro fa attenzione ad includere nella parte israeliana anche le sorgenti d’acqua del Territorio Palestinese, per destinarle ai  nuovi insediamenti che stanno invadendo dovunque le alture che circondano Betlemme, generalmente le zone piu` belle e piu` verdi.

 

In seguito alla costruzione del muro, tutti coloro che da Gerusalemme vengono a Betlemme, turisti, pellegrini, o stranieri… in pullman o in auto, entrano attaverso una porta: una grande per le auto ed una molto ridotta, ritagliata nel muro per i pedoni. Per le auto i controlli  possono essere tollerabili. Chi viene come turista, con l’auto o con il pullmann non ha la possibilita` di  rendersi conto che la vera parte interessante del percorso per entrare in Betlemme, o per uscire da Betlemme ed entrare in Israele, sta dalla parte dei pedoni; chi non  fa esperienza,  almeno per una volta, di che cosa significa uscire da Betlemme per entrare in Israele, come pedone, non puo` capire come si vive a Betlemme.  Tuttavia, anche dopo aver  attraversato il check point a piedi, il turista o il pellegrino straniero, e anche noi stesse che viviamo a Betlemme, ancora non siamo in grado di capire a quale grado di umiliazione deve abbassarsi il Palestinese, anche il piu` rispettabile, che con regolare permesso si appresta ad attraversare il check point. Perche`, generalmente, al turista o allo straniero viene riservato un trattamento diverso  e gli si concede di passare piu` velocemente...

Le procedure di controllo per i Palestinesi diventano sempre piu` minuziose. Le modifiche si aggiungono alle modifiche in maniera tale da suscitare nel pedone la voglia di tornarci il meno possibile. Prima di raggiungere la “porticina” ritagliata nel muro (vi hanno disegnato perfino un paio di forbici!),  i pedoni sono obbligati a incanalarsi per decine di metri  in uno stretto passaggio tra pareti di rete che si incurvano verso l’alto formando una specie di tunnel, tra sporcizia d’ogni genere,  mentre il vento freddo del mattino fa svolazzare tristemente i sacchetti neri di plastica e li accumula ad ogni angolo. “Mamma, guarda, siamo in gabbia come le scimmie!”, diceva Il piccolo Issa in braccio alla sua mamma che lo stava accompagnando ad una visita medica,  anch’essi  in coda nel tunnel di rete.

La domenica mattina e` uno dei giorni piu` interessanti per vedere in che cosa consiste  l’umiliazione palestinese e la vendita della propria dignita` per  mendicare a Israele un po’ di lavoro e di pane quotidiano; la fila di coloro che attendono di varcare il check point comincia alle 4 del mattino: persone, anche anziane, in piedi per ore, con il loro misero sacchetto nero di plastica con dentro un po’ di cibo, esposti alle intemperie, incanalati pazientemente verso i controlli.  E questi sono i pochi “fortunati” che ricevono il permesso di uscire da Betlemme per lavoro.

Pezzi di cartone stanno disseminati qua e la`, insieme alla sporcizia, nello stretto passaggio tra le pareti di rete, rendendo piu` acuta la sensazione di squallore e di abbandono.  Su quei cartoni si siedono  le persone piu` anziane, soprattutto quando sono costretti ad attendere per ore, fin dal mattino presto. Quei pezzi di cartone, cosi` sporchi e ormai consunti, sono stati molto utili per la festa di fine Ramadan, soprattutto per le donne, quando, a  migliaia, si erano ammassati presso la porta del muro,  fin dal mattino presto, per poter passare i controlli  e recarsi a pregare a Gerusalemme. Riversatisi al check point di Betlemme, dopo che altri passaggi erano stati chiusi e vietati dai militari israeliani,  la folla era diventata un fiume umano da far paura; dato lo stretto spazio a cui si viene attualmente costretti presso le porte del muro, il disordine e il caos sono stati inevitabili, cosi` si sono aggiunti i gas lacrimogeni, le bombe assordanti e qualche ricovero in ospedale.   

 

Le lacrime di Jamil

 

La costruzione del muro ha causato la perdita e la distruzione di molte proprieta` degli abitanti di Betlemme, come in tutta la Palestina. Tra le molte, dolorose storie con cui veniamo a contatto, ci colpisce quella di Jamil.

Conosciamo da tempo Jamil, un uomo mite e semplice, che trascorreva la gran parte della giornata nel suo  cafe` shop, un piccolo locale privo di molti conforts, ma tutto suo, in un edificio a fianco della tomba di Rachele, vicino al nostro ospedale, un luogo altamente strategico, al confine tra Israele e Palestina.  In questi ultimi anni i suoi clienti erano diventati rari, ma il locale era ugualmente tanto importante per lui, e costituiva una specie di simbolo, un baluardo.  E baluardo lo era davvero per Jamil.  Lui sapeva, (o non lo voleva sapere) , e tutti sapevamo,  che prima o poi sarebbe stato privato del suo piccolo “regno” , incluso l’appezzamento di terra circostante, come stava avvenendo alle varie proprieta` palestinesi nella zona della tomba di Rachele, all’entrata di Betlemme.

 

Ma la sua era la terra di famiglia, dei suoi padri, parte essenziale della sua vita e futuro per i suoi figli, e l’avrebbe difesa e custodita fino in fondo. Comincio` la costruzione del muro a Betlemme, e sempre piu` appariva chiaro quale sarebbe stato il suo percorso. I blocchi di cemento avevano gia` invaso Betlemme, ma Jamil rimaneva impavido al suo posto di lavoro, fedelissimo e puntuale, anche senza clienti, che ormai cominciavano a dileguarsi per paura.

Le autorita` Israeliane volevano quella terra, ma Jamil resisteva, fino ad andare in tribunale.

Gli offrirono denaro in abbondanza purche` cedesse i suoi beni cosi` preziosi. E poiche`, vendendo la sua terra ad Israele, Jamil avrebbe rischiato pelle e onore di fronte alla Palestina, gli avrebbero anche assicurato vita tranquilla in un altro Paese.

Jamil rifiuto` ogni offerta, per amore della sua terra, per onore, per paura per la sua vita, per i suoi figli, convinto che l’onore di difendere la sua terra vale mille volte di piu` di una montagna di denaro.  

 

Il muro raggiunse infine il  cafe` shop di Jamil e lo avvolse anch’esso nelle sue anse grigie,  vi aggiunsero un cancello imponente e lo chiusero velocemente, e pure una torretta di colore grigio, con la permanente presenza di soldati a vigilare su  Rachele e sui Palestinesi. Il piccolo regno di Jamil spari` all’interno del muro, ingoiato per sempre insieme al piccolo appezzamento di terra.  

 

Ancora oggi, Jamil lascia la sua casa al mattino e raggiunge il muro. A volte qualche soldato pietoso apre per lui il  cancello grigio, e lo fa entrare – fino a quando sara` possibile -  in quello che “era” il suo cafe` shop, e lui rimane li` alcune ore, in compagnia delle cose che un tempo erano la sua vita quotidiana e tutto il suo mondo. Se nessuno gli apre,  se ne torna a casa.

Jamil piange quando racconta la sua storia, il suo sguardo suscita tenerezza e ancora una volta non gli togliamo la speranza che, chi lo sa, magari un giorno la vita ritornera` felice e semplice come un tempo….

  

Le nuove porte grigie

 

25 Novembre 2006. Ad un mese esatto dal Natale, Betlemme riceve la visita del Custode di Terra Santa,  quasi come annuncio della  gioia delle imminenti feste natalizie. La comunita` cattolica celebra la festa di Santa Caterina d’Alessandria, patrona della parrocchia, una ragazza che ha dato la sua vita per mantenere la sua fede di cristiana, durante l’impero di Massenzio. Si tratta di una celebrazione solenne per la quale il Custode entra ufficialmente in Betlemme, in maniera un po’ simile a quella del Patriarca di Gerusalemme la vigilia di Natale, e cioe` secondo le leggi dello “Status quo” che regolano le celebrazioni sui Luoghi Santi e i rapporti con le autorita` locali.

“Come sara` l’entrata del Custode quest’anno, con tutti questi cambiamenti?” - ci chiedevamo insieme alla gente di Betlemme.

Rispetto allo scorso anno, infatti, ci sono  delle novita`,  tra cui le due nuove porte (una delle quali vicino alla proprieta` di Jamil) sul muro che circonda la Tomba-fortezza di Rachele. “Strane queste nuove porte sempre chiuse”, dicevamo, mentre innalzavano il muro, “a che servono?”  Nessuno sapeva dare risposte chiare alla nostra curiosita` di sapere cosa ci stavano costruendo vicino a casa.

Oggi abbiamo capito il senso di quelle due porte grigie, porte orribili, porte da carcere, porte che, proprio all’entrata della citta`,   danno a Betlemme l’immagine di cio` che e` realmente diventata, una prigione a cielo aperto;  esse si aprono solo in occasione delle feste natalizie,  per permettere alle autorita` religiose di entrare in Betlemme sullo stesso percorso storico che da secoli e millenni veniva utilizzato dalla popolazione; questo percorso e` stabilito dalle ferree   leggi dello “Status quo”, che neppure Israele ha potuto ignorare  nei lavori di  costruzione del muro.

Cosi` il Custode e` entrato oggi  attraverso le porte grigie aperte per l’occasione. Dopo il suo passaggio  le porte si chiusero subito.

Anche Jamil era la`, a rendere omaggio al Custode,  in piedi,  ritto, cercando di raccogliere quanto gli rimaneva del suo orgoglio e della sua dignita`; e sembrava quasi di sentinella, vicino a quella  porta grigia che gli ha tolto la liberta` di raggiungere il suo cafe` shop. 

 

Nel frattempo, l’atmosfera di festa si era trasferita tutta all’interno di Betlemme, e un volo di aquiloni con i colori della pace  ha salutato il passaggio del Custode verso la  Basilica della Nativita`.

Li`, finalmente, la festa era proprio vera. 

 

Ci ritroveremo ancora presso le  porte grigie la vigilia di Natale.  

 

Scegliere  Betlemme. Storia controcorrente

 

Molti giovani di Betlemme scelgono la strada dell’emigrazione per una vita “migliore”. Ma c’e` anche chi fa il contrario.

Da qualche mese, nella facolta` di Business Administration dell’Universita` di Betlemme, c’e` un nuovo docente. Il suo nome e` Rami. E` tornato da poco dall’Italia e parla volentieri italiano. Una chiacchierata con lui e` motivo per rievocare  i suoi bei ricordi dell’Italia, ma non solo…

Nato in Kuwait da genitori Palestinesi, torna con la famiglia a Betlemme nel 1989 e studia economia. Ottiene una borsa di studio e parte per l’Italia. A Pavia consegue due masters “Cooperazione e Sviluppo” e “Cooperazione ed Integrazione economica”.  Potrebbe avere  ottime possibilita` di lavoro e un futuro promettente,  ma in Italia Rami non cerca lavoro. Soggiorna per studio anche in Svizzera, a Ginevra: la vita e` tranquilla, c’e` denaro, ma non si ferma in Svizzera.

Rami vuole tornare in Palestina, ama molto la sua famiglia e la sua famiglia conta su di lui, ma non solo; lui ama la sua gente e sa che qualcosa si puo` fare nella sua terra, anche se e` difficile.

La sua idea e` fare progetti per lo sviluppo, vuole utilizzare i suoi studi di economia per aiutare la Palestina, per creare possibilita` di lavoro, vuole studiare cosa il Paese puo` fare per andare avanti, per avere piu` denaro e migliorare le proprie condizioni.

“Voglio vivere la mia vita in un Paese in via di sviluppo, non in un Paese ricco”.

Penso che Dio abbia  tracciato per me una strada, e questa strada e` in Palestina.

E Rami torna a Betlemme.

“Sei matto! - gli dicono gli amici. - Qui non c’e` futuro. Cambierai le tue idee fra tre , quattro mesi”.

“L’Europa ci ha dato tanti aiuti, - continua Rami - ma prevalentemente sul fronte dell’emergenza. Ha dato pochissimo per le cose piu` importanti, e cioe` per lo sviluppo della Palestina, per creare lavoro ed autonomia.”

Rami e` convinto che e` su questa linea che si deve andare avanti.

 

Ci sorprende sentir parlare cosi`, quando molti giovani della sua eta` la pensano diversamente e vorrebbero godere la propria vita in un Paese tranquillo, in pace, senza i problemi quotidiani che si vivono qui in Betlemme, chiusi dentro il muro…”Quando la vita ti da` l’opportunita` di andar fuori, non perderla; vivi una sola volta e hai il diritto di godere la tua vita”. Oggi questa e` la filosofia che va per la maggiore.

Rami continua “Mi sento a casa mia in Palestina, qui ho la mia famiglia, qui ho i miei amici,  e voglio fare qualcosa di utile per la mia gente. … Forse la penso come i vecchi, o come i preti, ma io posso veramente vivere e godere  la mia vita qui”  .

 

Buona fortuna, Rami! 

 

Natale di Betlemme

 

Le luci del Natale gia` brillano ovunque nel mondo.

Cosa regalero` ai miei amici,

come preparero` l’albero?

Come mi organizzero` per il pranzo di Natale?

Le strade scintillano di luci,

le vetrine abbagliano di colore.

Con il naso appiccicato ai vetri,

e` bello perfino sognare

un mondo  rosso e dorato,

cosi` luminoso da dimenticare

almeno  per un po`

la tristezza di una notte buia,

le strade desolate,

le lacrime dei bambini,

le finestre chiuse per paura,

la pace che non arriva mai,

le vittime di ieri, di oggi, e quelle di domani.

 

No!

Non voglio dimenticare,

non voglio sognare.

Voglio tenere spalancati gli occhi

su questo mondo cosi` umano,

fatto di penombra e di notte,

di amore e di conflitti,

di urla e di sorrisi,

di lacrime e dolcezza,

 

perche` in questo mondo

proprio in questo mondo

Cristo e` nato!

 

Mi basta questo Natale di Betlemme,

essenziale,

senza sfarzo,

e inoltrarmi in silenzio su queste strade strette e sudicie,

tra case dissestate e umide,

tra gente semplice e priva di sogni,

che il Natale di Cristo lo vive sulla propria pelle

e in un cuore povero,

che attende solo da Dio

il pane e la gioia quotidiana.

La grotta del piccolo Gesu`

non dev’essere lontana…                 

                                                                                                       Sorelle del Baby Hospital